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Un metodo di Knowledge Management nelle piattaforme collaborative

Le piattaforme sono abilitatrici di interazioni di diversa natura, collaborativa o transazionale, ed è pertanto importante che nella loro configurazione si parta dall’individuazione del valore atteso per i beneficiari della piattaforma stessa.

Nel mio precedente articolo parlavo della narrazione partecipata e di come la social intranet sia una risorsa essenziale di coinvolgimento intorno ad un sentire comune.

Focalizziamoci su un possibile metodo da seguire per conformare gli ambienti collaborativi online in modo funzionale alle esigenze interne dell’azienda.

Passo la penna a Serena Brenci Pallotta, che si occupa di comunicazione e counseling aziendale in AFB Net.

 


Nel testo “Platform Revolution”, ad opera di Choudary, Parker e Van Alstyne, l’azienda-piattaforma è: “un nuovo modello di business che usa la tecnologia per connettere persone, organizzazioni e risorse in un ecosistema interattivo in cui possono essere create e scambiate incredibili quantità di valore”.

La discontinuità rispetto ai modelli economici tradizionali ha portato a coniare nel 2015 il neologismo Platfirm, per indicare da un lato gli ambienti collaborativi basati sul crowd, multi-sided e ad effetto di rete (sia dentro le organizzazioni sia verso i mercati), e dall’altro lato nuovi modelli di business, come nei casi eclatanti di Airbnb e Uber, che nascono piattaforme, o di Philips (Connected HealthCare) e General Electrics (Predix), che le hanno implementate successivamente.

 

Un possibile metodo integrato di condivisione della conoscenza è il seguente, lo stiamo mettendo a punto insieme alle aziende che ci chiedono di essere preparate all’impostazione delle community ed all’uso efficace della comunicazione all’interno di una piattaforma di social collaboration:

 

  • Si comincia con dei workshop di co-progettazione con il top management, per mappare le aree di opportunità e le criticità che la community riscontra nella comunicazione offline;
  • Si impostano dei laboratori interattivi face-to-face con alcuni esponenti chiave del team, che rivestono ruoli importanti e diversificati, per sondare le loro motivazioni rispetto al lavoro in quella specifica azienda e quanto queste sono aderenti con la proposizione di valore che il brand veicola sul mercato. Questo aspetto è essenziale nella coerenza fra messaggio interno ed esterno e nel grado di autenticità con cui l’azienda può perseguire sia obiettivi di fatturato che di responsabilità sociale;
  • Si elabora una story-map di gruppo, dal momento che le community online di business collaboration saranno il luogo in cui i collaboratori continueranno a narrarsi, partendo da una base comune. In questo storytelling interno è importante individuare qual è il set di abilità e competenze di ciascun ruolo e quali sono i bio-miti fondativi dell’organizzazione: ad esempio in Barilla individuiamo i miti della cura, in Bmw quelli della forza, in Harley Davidson quelli di evasione.
  • In questo modo si sta componendo un life-journey del pubblico interno, che si completa con l’analisi dei macrogruppi di risorse, ovvero quei tesori esistenziali che tutti cerchiamo per risolvere i bio-miti fondativi: la sollecitudine (attenzione e cura), il potere, l’impegno, l’esplorazione e la progettualità.
  • Si procede quindi a tradurre le esigenze emerse a livello emotivo in funzionalità e/o servizi da mettere a disposizione sulla piattaforma, per risolvere delle problematiche esistenti o far emergere dei bisogni latenti, utili a migliorare la coesione interna e la trasmissione delle informazioni;
  • Una volta esplicitata l’analisi strategica e le aree su cui focalizzare l’attenzione si può procedere alla fase di design vera e propria, per personalizzare ed implementare l’architettura della piattaforma;
  • Infine si può prevedere un eventuale livello testing di prototipazione rapida successiva, per nuove funzionalità emergenti in base ai feedback che si riceveranno dagli utenti della piattaforma.

 

Grazie Roberto, ti ripasso la penna 😉 

Serena


 

 

La trasmissione del know how acquisito dalle diverse figure professionali interne ad un’impresa ed i dati di cui ciascuna è portatrice, se messi a sistema, possono generare spunti nell’ideazione di un nuovo prodotto/servizio o nel modo di arrivare più velocemente alla risoluzione di una problematica.

 

Nella mia azienda, ad esempio, il confronto costante, attivato fra gli informatici e le persone che si occupano di sales e di marketing, ci permette di sviluppare contemporaneamente punti di vista diversi, da integrare o da preferire l’uno all’altro, rispetto all’impostazione della ricerca per attributi in un eCommerce o della costruzione della sitemap di un sito, o ancora su come personalizzare pagine profilo, comunità e forum nella Social Collaboration di un cliente.

In un processo come quello descritto la Knowledge Management nelle piattaforme collaborative può perseguire efficacemente la creazione, la visibilità e la riorganizzazione dei contenuti della conoscenza esistente: riducendo il time to market, accrescendo sia il tasso innovativo che la produttività e migliorando la customer relationship.

 

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