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Possiamo allenarci all’ascolto attivo?

L’empatia, la consapevolezza e la responsabilità.

 

Se l’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro senza perdere la propria identità, la consapevolezza dei propri confini di espressione e di azione è l’assunto di base per comprendere cosa sto provando senza imputarlo all’altra persona.

Si crea in questo modo uno spazio di azione personale, che è diverso dalla re-azione indotta automaticamente dall’atteggiamento di chi mi trovo di fronte.

Questa capacità di ricondurre a me la libertà e la responsabilità di autodeterminarmi ha a che fare con l’assertività di cui parlavamo la scorsa settimana.

Abbiamo visto come la persona assertiva possa essere in grado di esprimere quello che pensa in modo chiaro e diretto, con il messaggio in prima persona: al contempo può porsi in un ascolto attivo dei punti di vista dei suoi interlocutori.

 

Lo scopo ultimo dell’ascolto attivo è quello di riflettere il vissuto espresso dall’altro senza giudizio. Implica anzitutto la capacità di predisporsi faccia a faccia con lei/lui e di stabilire un contatto oculare attento, che sappia cogliere i movimenti del suo corpo e trasmettere la propria presenza ed il proprio interesse ad accoglierla/lo per quel che è.

 

L’accettazione incondizionata è uno di quei cardini che Rogers poneva come essenziali per predisporre un altro essere umano a trasmettere il meglio di sé: se confido nella tua possibilità di autorealizzarti ti sto lasciando uno spazio possibile in cui lasciar emergere la tua natura profonda e le tue risorse.

 

È il concetto di tendenza attualizzante: “Ogni organismo è animato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e a svilupparle in modo da favorire la sua conservazione e il suo arricchimento.”  [Rogers e Kinget (1970), in Psicoterapia e relazioni umane].

 

Rogers è lo psicologo statunitense che negli anni ’40 del secolo scorso diede vita alla Terapia centrata sul Cliente, l’idea principale alla base del counseling, secondo la quale l’assunzione di un atteggiamento non direttivo verso il cliente (questo il termine che adottò al posto del termine medico paziente) permette di creare un contesto di accettazione in cui la persona possa prendere coscienza della propria condizione.

Questo approccio oltrepassò i confini medici per diventare utile in ogni contesto socio-pedagogico in cui è importante partire dalla persona, prima che dal ruolo.

 

Negli ultimi trent’anni la figura del counselor ha iniziato a diffondersi progressivamente anche in Italia, dove attualmente è censita dal CNEL e riconosciuta dalla Legge 4/2013, ed il valore che sta assumendo all’interno dei contesti aziendali è quello di apportare una facilitazione nei processi di consapevolezza e di cambiamento personale all’interno di un team che sta perseguendo un obiettivo. Quando l’obiettivo del team non è interiorizzato e congruente con la volontà personale diventa difficile relazionarsi e ricercare l’interesse comune.
Un aspetto base dell’ascolto attivo, su cui il counselor si concentra in partenza, è quello del rimando empatico: allenare la squadra ad utilizzare il feedback fenomenologico.

 

Alla prossima puntata…