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La costruzione condivisa dei significati nel gruppo

Abbiamo visto insieme come il team abbia il suo tratto distintivo nell’obiettivo condiviso.

Le persone, prima di essere membri di un team, sono parte di un gruppo, in cui le rispettive individualità emergono mosse dal bisogno di esprimersi di ciascuno.

La spinta motivazionale all’autoaffermazione è il motore che muove competenze e talenti e che può portare alla creazione di conflitti, quando il campo in cui si esplicano queste relazioni non è regolato da un codice condiviso.

Mi riferisco sia al linguaggio, con cui denominiamo eventi ed azioni, sia alla modalità con cui ci poniamo in ascolto dell’altro.

 

Linguaggio

Sappiamo tutti quanto è importante il significato che attribuiamo alle cose di cui stiamo parlando, sia in riferimento al contesto aziendale di riferimento che alle credenze ed ai valori delle persone che ne fanno parte.

Prima di disquisire della fattibilità di un progetto, per esempio, i membri di un gruppo devono accordarsi sul senso che attribuiscono ai termini tecnici presenti nel contratto e devono condividere eticamente quello che andranno a proporre insieme a soggetti terzi.

Devono crederci prima loro, banalmente, per avvalorare la progettualità da presentare ai clienti, così che il messaggio sia congruente fra le parole usate ed il comportamento non verbale. Nella dinamica di codifica del messaggio da parte dell’emittente e nella decodifica che opera il ricevente interviene anche un metamessaggio, caratterizzato dal tono della voce e dalla postura, i gesti, la mimica ed il tono della voce.

I primi assiomi della comunicazione, teorizzati dagli studiosi diretti da Paul Watzlawick al Mental Research Institute di Palo Alto nel 1966, ci ricordano che: non si può non comunicare; in ogni comunicazione è presente sia un aspetto di contenuto (che cosa comunico) che un aspetto di relazione (come lo comunico).

È proprio il comportamento non verbale ad indicare l’aspetto di relazione: sono i nostri gesti e movimenti a trasmettere come ci sentiamo e cosa proviamo verso l’altra persona con cui stiamo comunicando.

Il gruppo che costruisce insieme un significato condiviso, attraverso interventi di counseling e coaching aziendale e grazie ad un leader efficace, può canalizzare la motivazione individuale in una progettazione partecipata, in cui insieme si stabiliscono le regole di significato (costitutive) per interpretare o comprendere un evento in modo univoco, e le regole di azione (regolative), per determinare come rispondere o comportarsi.

È il principio della Gestione Coordinata del Significato (CMM), teoria sviluppata da Pearce e Cronen nel 1980, secondo la quale due persone che stanno interagendo socialmente costruiscono il significato della loro conversazione e vogliono stabilire regole al fine di sentirsi parte di un contesto creato insieme e di capire quale tipo di azione è appropriata per viverlo.

“Le parole fanno il mondo”, per dirla con una citazione dello psicoterapeuta Michael White, che ha sviluppato la psicoterapia narrativa per aiutare le persone a narrare in modo diverso il loro problema e a cercarne le eccezioni, in modo da non identificarsi con esso.

La costruzione condivisa dei significati è il primo importante terreno di comprensione all’interno del gruppo, che pone così le sue basi per diventare un team.

 

La modalità con cui ci poniamo in ascolto dell’altro

Una volta uniformato il linguaggio di comunicazione possiamo dedicarci al cuore della relazione efficace all’interno di un gruppo di lavoro: l’ascolto attivo e l’empatia.

Nel mio prossimo articolo vedremo insieme come si concretizza questo aspetto e quanto risulta essenziale nella gestione del conflitto.